Cambiare in meglio

kai-zen

“Non posso dire esattamente quanto ci voglia per la completa realizzazione della Verità. Anche supponendo che voi rinunciate al mondo e diventiate parte dell’Ordine del mio Saógha, potreste impiegarci sette anni, o sei anni, o cinque anni, o due anni, o un anno, a seconda dei casi. O potrebbero essere sei mesi, o tre mesi, o due mesi. D’altra parte, non posso scartare la possibilità che si possa raggiungere lo stato di Arahat in quindici giorni, o in una settimana, o in un giorno o persino in meno di un giorno. Dipende da tanti fattori. Una persona di tipo Padaparama è un individuo che, pur avendo incontrato il Buddha Sªsana e pur avendo compiuto il massimo sforzo possibile, sia nello studio che nella pratica del Dhammma, non può ottenere gli stati di Sentiero e di Fruizione nel corso della presente esistenza”. [Buddha, risposta a Bodhirªjakumªra]

Una delle cose che ho imparato durante i corsi di Vipassana è quella di calmare la mente, quando va troppo veloce. I passaggi sono molto semplici ma bisogna che l’inconscio li assimili uno per uno e per questo bisogna fare uno o due corsi, a volte ne servono anche di più perché il nostro corpo e la nostra mente si abituino ad un processo che abbiamo dimenticato, quello che semplicemente applicavamo da bambini. Per farlo bisogna affrontare un vero e proprio ritiro spirituale [il tempo è individuale per ognuno di noi] e questo significa entrare profondamente dentro se stessi e dimenticare tutte le dipendenze che abbiamo coltivato fuori: alcool, sigarette, droghe. Non solo questo. Bisogna rinunciare per alcuni giorni [10/11] a tutto quello che viene dall’esterno, come può essere la parola che significa stare in silenzio e a operazioni quotidiane come la lettura/la scrittura che allontano spesso dalla vera contemplazione fungendo da distrazione.

Bisogna solo resistere e ricordare che la vera libertà non viene dalle cose fuori, ma dalla capacità interiore. Difficile spiegarlo. Ma ci provo.

Quando ero in India, uno yogi mi disse qualcosa di illuminante. “So che nella vita ho degli attaccamenti ancora per raggiungere il vero nirvana. Ho un attaccamento molto forte per mia moglie, non potrei stare e vivere forse senza di lei. Però ho 5.000 rupie in banca e sono poche, ma questo non mi interessa e non mi spaventa. So che la vita mi aiuterà in qualche modo se farò qualcosa io per primo. Ognuno di noi deve vivere secondo il suo sentimento e quando sento l’Om so che tutto è collegato e nulla più mi fa paura e mi sento liberato”.

Tutto ciò infatti ha a che fare con la liberazione, ed ognuno di noi, secondo la sua personale natura, deve potere affrontare un proprio percorso. Questo significa essere in grado di riconoscerlo però e per poterlo fare dobbiamo acquisire una certa lucidità su di noi. Significa anche sapere cosa accade dentro di noi, da quando noi siamo qui, in vita. Ricordare, ovvero, cosa siamo diventati e perché e chi eravamo prima. Sapere da dove arriva quindi la vera sofferenza. In poche parole, sapere da dove arriva la paura e non è un percorso facile.

Credo che il nirvana, da occidentale, sia qualcosa che mi interessi poco, come donna ho molti attaccamenti, soprattutto verso le persone che amo. Ma per effetto di una considerazione sbagliata della mia meditazione ho inaridito il cuore e le emozioni, portando il mio corpo a non inseguire quelle piacevoli per potermi concentrare sulla liberazione, che io credevo il frutto dell’eliminazione di ogni dolore. Non è  così.

Prima devo fare qualche considerazione.

Qualche giorno fa ero all’aeroporto di Jackarta, attendendo il prossimo aereo che mi avrebbe riportata a Bali, anche se il mio caro Cokorda Rai, un vecchio sciamano balinese, mi aveva avvisato due anni fa che non sarei dovuta tornare per molto tempo. Qui torno ogni anno, perché in questo luogo ho affrontato per la prima volta me stessa in tutte le sue sfumature. Credevo 3 anni fa di essere forte e di poter decidere tutto, per quanto riguarda la direzione della mia vita, non tenendo in considerazione che nella vita non opera solo la coscienza ma qualcosa di nettamente più forte. Io chiamo questa cosa la nostra vera “essenza”, o anima se volete o intenzione, che solitamente non vive in uno spazio e in un tempo definito e grazie a lei siamo tutti viaggiatori del tempo. Lo sperimenterete lo so e ne riparleremo.

Siamo abituati alla parola inconscio, bene o male tutti noi sappiamo di cosa si tratta, ma pochi di noi  capiranno che è quasi impossibile indicare quale sia il suo ambito, ovvero quali contenuti esso possa comprendere. Così come alcune sensazioni non raggiungono lo stato cosciente, ovvero ci dimentichiamo per scarsa attenzione, mentre camminiamo ad esempio, parti del nostro corpo, isolando le sensazioni su uno specifico punto, ad esempio visive per trovare la strada o olfattive, oppure uditive. Fatto sta che, nel concentrasti troppo su qualcosa a volte succede di perdere di vista tutto il resto, per il semplice fatto che non ci lasciamo andare.

Lasciare andare in questo caso, sentito da molti erroneamente come rinuncia, è invece l’esatto contrario ed è esattamente il fluire, perdere in qualche modo il controllo eccessivo e fare si che tutto esulti lasciando che tutti quei contenuti che si trovano davanti a noi si palesino nella loro verità. Lasciare andare è capire davvero a cosa stiamo di fronte, è comprendere, nel vero significato, cosa stiamo trattenendo e quindi comprendere anche se stiamo trattenendo  vecchie o nuove emozioni, se la strada che stiamo percorrendo è infine quella giusta e non il risultato di vecchi e antichi processi dovuti a traumi pasti e paure recondite. In sintesi questo significa : autoregolazione.

La metafora più bella  che mi viene in mente è la differenza di visione tra occidentali e giapponesi in particolare: noi quando osserviamo vediamo il particolare e spesso ci fissiamo su quello, mentre fate attenzione ai giapponesi, loro vedono sempre l’insieme. Ecco molto facile, siamo arrivati. Per non provare dolore ci fissiamo su un particolare, nella speranza che fissandolo la nostra energia li si concentri e si sviluppi un auto guarigione. Ma come molti sanno la presenza dello stimolo del dolore è data dal cervello, esattamente nella corteccia insulare posteriore.

A noi serve come segnale d’allarme e in realtà è un processo molto complesso : cuore e cervello iniziano a dialogare tra loro con ritmi di frequenze grazie alla inter-connessione di neuroni che mirano all’azione finale. La mente in poche parole è energia elettromagnetica e il cuore è un campo elettrico. Dato il nostro punto di evoluzione, purtroppo, non riusciamo ancora a comprendere come gestirli entrambi e tra di loro se non per analogie laddove un campo magnetico è generato da correnti elettriche, per cui relazionati tra loro significa che  un circuito percorso da corrente genera nello spazio circostante un campo magnetico, e questo significa che il cuore invia segnali al cervello e viceversa e che siamo energia pura, interessante no?

Ecco quel che era importante sapere. Dunque. Mi trovavo all’aeroporto di Jackarta, con una lattina di Bintang in mano, quando all’improvviso ho sentito bruciare forte gli occhi. Non ci ho fato molto caso, regolarmente è l’espressione massima che riuscivo a provare da anni. Invece ho proprio iniziato a singhiozzare, con un profondo male al torace e la gola che si chiudeva come la bocca di un polipo. Ma il polipo con quella bocca rompe gusci di conchiglie e lo stesso forse stavo facendo io. Stavo rompendo tutti i gusci di conchiglie che avevo collezionato nel tempo. Ogni conchiglia, in base a misura e colore rappresentava la cristallizzazione e l’indurimento di fronte a un fatto poco certo e a sofferenze soffocate. Soffochiamo infatti ogni sofferenza e ogni pulsione che riteniamo di non dover sperimentare consciamente per recuperare un bilanciamento. Ma alla fine il vero bilanciamento è lasciare andare. Piangere se è necessario. Ecco perché si dice che gli occhi, lo specchio dell’anima, dopo sono più belli, perché abbiamo fatto pulizia. In questo caso nn abbiamo dimenticato ma abbiamo vissuto fino in fondo un’esperienza senza giudicare la parte più brutta e quella più bella. Esattamente equanimità. Da qui una vera e propria compensazione del nostro equilibrio.

Comunque equanimità è qualcosa che si impara durante la meditazione Vipassana, ma purtroppo il passaggio più difficile è capire che la sofferenza è una cosa reale e non va tenuta in silenzio. Questo non significa lamentarsi continuamente e lacerare le orecchi degli amici oppure riconoscere che si sta male ma senza accettarlo profondamente. Equanimità è osservazione senza giudizio, anche del dolore più profondo: giudicare significherebbe renderlo troppo importante o cancellarlo per motivi sociali o ancora pensare e credere che la sua assenza derivi da una nostra evoluzione.

La massima evoluzione possibile è arrivare a comprendere che il dolore fa parte della vita ma un’esperienza individuale e non oggettiva. Io quelle lacrime non le ho mai cancellate, le ho solo sommate. Dimenticare che non c’è piacere senza sofferenza è la presunzione di chi è ancora molto lontano dal comprendere che non basta chiudere gli occhi per concentrarsi, per non comprendere alla fine che anche nel solo atto dello stare seduti senza fare nulla il dolore è una presenza viva e vera. Nascondere il dolore è un atto di codardia non solo verso se stessi ma anche verso gli altri. E così è per trovare il vero equilibrio, riconoscere tutto questo. Buona notte [soon translated]

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